THE CAT PROJECT

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ARTICOLI noiosi ma non sempre seri 

Mirò Liminal Space Confini

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RESTI E ROVINE 

GERARCHIA, SCARTI, ROVINA.  Sette piani di Dino Buzzati e e Leonia di Italo Calvino. Entrambi i racconti si fondano sulla rappresentazione della struttura urbana e/o architettonica dello spazio vitale come riflesso di un’ineluttabile sorte esistenziale. Entrambi utilizzano una geometria spaziale per descrivere processi di alienazione e sistemi che operano secondo una logica spietata e cieca rispetto all'individuo: il “sistema” (sociale, naturale, culturale) in quanto indifferente e irresponsabile rispetto al singolo. 

1. L'architettura dell'espulsione

In entrambi i testi, il sistema funziona attraverso un continuo processo di allontanamento. 

Leonia si definisce attraverso ciò che espelle: la sua opulenza si misura non da ciò che produce, ma dalle cose che «ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove». La città vive nel paradosso di voler mondare se stessa da una «ricorrente impurità» di per sé deviante. 

Sette piani, viceversa, applica una logica simile agli esseri umani. Il protagonista Giuseppe Corte viene gradualmente espulso dal «consorzio degli uomini sani». Gli ammalati degenti in una enorme e non ben identificata struttura ospedaliera sono divisi in «sette progressive caste», e il trasferimento di Corte verso i piani inferiori agisce come il servizio di smaltimento di Leonia: il paziente che "non rientra più nei parametri" del piano superiore viene spostato in basso, diventando, di fatto, residuo della società sana. 

2. La burocratizzazione dell'esistenza

Sia la città di Leonia che l'ospedale di Giuseppe Corte sono governati da una caratteristica “precisione tecnica” che annulla l'umanità. 

A Leonia, gli spazzaturai sono accolti come «angeli» e il loro lavoro è circondato da un «rispetto silenzioso, come fosse un rito che ispira devozione». La rimozione del passato (i rifiuti) è necessaria affinché la città possa rifare se stessa ogni mattina. In tal senso il passato non esiste, se non come un eterno presente in cui cruciale è la pulizia brillante di ciò che appare così come la negazione di tutto ciò che è sporco, già usato e/o non può essere visto. 

Nel sanatorio di Buzzati, il trasloco di Corte è giustificato da «sistemazioni assolutamente provvisorie»  e motivazioni burocratiche, talora apparentemente ragionevoli come la necessità di far posto a una signora con bambini, talaltra «esecrabili errori» come quella di un modulo stampato firmato dal primario. In entrambi i casi, la scelta del singolo non conta: è il meccanismo (il gettito dei rifiuti o la gerarchia clinica) a dettare il movimento e il “destino”. 

3. L'accumulo e il punto di non ritorno

L'esito finale di entrambi i processi è un collasso sotto il peso del sistema.

Leonia è circondata da una «fortezza di rimasugli indistruttibili» che sovrasta la città da ogni lato. Calvino descrive il rischio di un cataclisma in cui la città sarà sommersa dal proprio passato, «che invano tentava di respingere». Giuseppe Corte, giunto infine al primo piano, quello dei moribondi, percepisce la stessa oppressione fisica. Sente su di sé il peso di «sei terribili muraglie», i piani sopra di lui che rappresentano il suo passato di "quasi sano" ormai irraggiungibile. 

Mentre a Leonia è il rifiuto a sommergere il presente, a Corte è la mancanza di luce e la discesa delle persiane a sancire il termine della parabola.

4. Simbolismo dei confini

Esiste un forte legame nel modo in cui i due autori trattano il confine tra la vita e la "scarto". 

Leonia è una «metropoli in eruzione ininterrotta», dove i confini con le altre città sono «bastioni infetti». La città non è ciò che appare, ma in realtà è l'accumulo dei suoi scarti. Corte, guardando dal settimo piano, vede da par suo le finestre del primo come «lontanissime» e come avvolte da «funebri segreti». Tuttavia, man mano che scende, quel confine si assottiglia finché la realtà svanisce completamente: egli arriva a dubitare che gli alberi fuori dalla finestra siano veri. 

Se Leonia può essere, fra le tante cose, la metafora dell insostenibilità dello sviluppo che nega il proprio residuo, Sette piani è la metafora dell'uomo ridotto egli stesso a residuo da un sistema sanitario-burocratico che non ammette ritorni, trasformando una «leggerissima forma incipiente» di malessere in una condanna definitiva.

BRANI

Da Dino Buzzati, Sette piani

L'arrivo e la gerarchia del sanatorio

«Giuseppe Corte arrivò, una mattina di marzo, alla città dove c’era la famosa casa di cura. Aveva un po’ di febbre... Benché avesse soltanto una leggerissima forma incipiente, Giuseppe Corte era stato consigliato di rivolgersi al celebre sanatorio». 

«I malati erano distribuiti piano per piano a seconda della gravità. Il settimo, cioè l’ultimo, era per le forme leggerissime... Al secondo erano i malati gravissimi. Al primo quelli per cui era inutile sperare [...] Ne derivava che gli ammalati erano divisi in sette progressive caste»

L'inizio della discesa e l'inganno burocratico

«“Guardino che bisogna scendere al piano di sotto” aggiunse [il capo-infermiere] con voce attenuata come se si trattasse di un particolare assolutamente trascurabile. [...] “È una sistemazione assolutamente provvisoria... Appena resterà libera una stanza... lei potrà tornare di sopra”»

«Il Corte così passò al sesto piano, e sebbene fosse convinto che questo trasloco non corrispondesse a un peggioramento del male, si sentiva a disagio al pensiero che tra lui e il mondo normale, della gente sana, già si frapponesse un netto ostacolo» 

La logica spietata del sistema

«“Il processo distruttivo delle cellule... nel suo caso è minimo, assolutamente minimo. Ma sarei tentato di definirlo “ostinato”»

«“Il cuore dell’ospedale è in basso e in basso bisogna stare per avere le cure migliori”».

Il finale: l'abisso e l'oscurità

«Sei piani, sei terribili muraglie, sia pure per un errore formale, sovrastavano adesso Giuseppe Corte con implacabile peso»

«Vide che le persiane scorrevoli, obbedienti a un misterioso comando, scendevano lentamente, chiudendo il passo alla luce»

Brani da Italo Calvino, Leonia (da Le città invisibili)

L'opulenza misurata dallo scarto

«La città di Leonia rifà se stessa tutti i giorni: ogni mattina la popolazione si risveglia tra lenzuola fresche... piú che dalle cose che ogni giorno vengono fabbricate vendute comprate, l’opulenza di Leonia si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via  per far posto alle nuove». 

«Tanto che ci si chiede se la vera passione di Leonia sia davvero... l’espellere, l’allontanare da sé, il mondarsi d’una ricorrente impurità». 

La fortezza dei rifiuti

«È una fortezza di rimasugli indistruttibili che circonda Leonia, la sovrasta da ogni lato come un acrocoro di montagne. [...] Il risultato è questo: che piú Leonia espelle roba piú ne accumula; le squame del suo passato si saldano in una corazza che non si può togliere».

Il punto di non ritorno e il cataclisma

«I confini tra le città estranee e nemiche sono bastioni infetti in cui i detriti dell’una e dell’altra si puntellano a vicenda, si sovrastano, si mescolano»

«Un cataclisma spianerà la sordida catena montuosa, cancellerà ogni traccia della metropoli sempre vestita a nuovo. Già dalle città vicine sono pronti coi rulli compressori per spianare il suolo, estendersi nel nuovo territorio, ingrandire se stesse, allontanare i nuovi immondezzai»

by Eco 

Leonia e Sette Piani merged

Leonia e Sette Piani merged

Antigone Lacan e il gatto 

Antigone and the Cat (in the Well)

Antigone and the Cat (in the Well)

Facciamo un passo di lato — come farebbe Lacan — e lasciamo entrare una presenza inattesa: il gatto. Non come ornamento, ma come figura che scivola tra i registri. 

Lacan, Antigone e il gatto: gattificare la tragedia sofoclea. 

1. Perché Antigone — e perché un gatto

Jacques Lacan sceglie Antigone perché è il punto in cui l’etica smette di essere rassicurante. Non ci chiede cosa sia giusto — ci mette davanti a qualcosa di più nudo: che cosa accade quando non si cede sul proprio desiderio.

E il gatto?

Il gatto non giustifica. Non spiega. Non negozia. Fa. E nel fare non cerca approvazione. Non è Antigone perché Antigone possiede un io (del tutto immaginario, s'intende). 

2. La scena tragica (vista dal bordo)

Creonte proibisce. Antigone agisce. Tutto è chiaro, lineare, simbolico.

Ma ai bordi della scena — invisibile alla legge — passa il gatto. Non appartiene né a Creonte né ad Antigone.

Randagio? Domestico? Non obbedisce. Non trasgredisce. Semplicemente attraversa con passo, appunto, felino: proprio questo attraversamento interessa Lacan. 

3. Antigone non è una ribelle. Il gatto nemmeno.

Antigone non vuole cambiare il mondo. Non costruisce alternative. Dice solo: “Devo farlo.”

Il gatto non direbbe nemmeno quello. Il suo gesto è ancora più radicale: non è mediato dal linguaggio. Non c’è discorso. C’è solo un punto e un salto. 

4. Il desiderio puro

Per Lacan, Antigone incarna il desiderio puro:

un desiderio che non si lascia addomesticare dal bene, dall’utile, dal futuro. Il gatto, scandaloso, vive già lì.

Non perché sia eroico — ma perché non entra fino in fondo nel gioco simbolico. Antigone ci arriva attraversando il linguaggio. Il gatto ci sta senza saperlo.

5. La Cosa (Das Ding)

La Cosa è ciò che non può essere detto. È il nucleo duro del desiderio.

Per Antigone: il fratello insepolto.

Per il gatto: qualcosa di ancora più enigmatico. Un punto opaco, assoluto, non traducibile. Uno sguardo che non restituisce significato. Hai mai guardato un gatto negli occhi? Non ti riconosce come specchio. Ti attraversa oppure ti caccia oppure va in fuga. 

6. Il limite e la rovina (ἄτη)

Antigone supera il limite umano. Non è folle. È lucida fino all’estremo. Va dove il linguaggio si spezza (la Verità, il Reale, il Traumatico spezza il linguaggio). 

Il gatto, invece, sembra non conoscere quel limite. Ma è un’illusione!  Sappiamo che vive costantemente sul bordo. Non lo oltrepassa: ci cammina sopra. Passeggia, scivola, balza, si aggira intorno all'addensarsi della sua preda e del punto di fuga. 

7. Reale, Simbolico, Immaginario

Simbolico: la legge di Creonte, il linguaggio, l’ordine.

Immaginario: l’eroina, la figura tragica, il mito.

Reale: ciò che non si lascia dire, prossimo alla Cosa. 

Antigone entra nel Reale attraversando il Simbolico. 

Il gatto ci scivola dentro e fuori, senza annunciarlo.

Inquieta? 

8. Antigone non è un modello (il gatto nemmeno)

Lacan non dice: “Diventa Antigone.” Sarebbe una catastrofe!  

Dice piuttosto: riconosci il punto in cui non puoi cedere — e il prezzo di quel punto.

Il gatto non è un modello, ma un promemoria vivente: esiste una zona dove il soggetto non è più “spiegabile”.

9. Creonte e il fallimento della Legge: The Law goes mad! 

Creonte è la Legge che si crede completa. Chiude il sistema ed espelle il resto. Ma il resto ritorna. Sempre! Antigone è quel ritorno e il gatto la sua ombra quotidiana.

Passa sotto le istituzioni, sotto i discorsi, sotto le identità. E non chiede permesso. 

10. Una domanda finale

Antigone ci lascia una domanda: dove non posso cedere?

Il gatto ne aggiunge un’altra: chi sono io, quando nessun linguaggio mi tiene più?

Tra Antigone e il gatto si apre uno spazio strano.

Pericoloso. Vivo. È lì che Lacan e Antigone (in verità I gatti e i loro simili) ci portano. 

Non per darci risposte — ma per impedirci di dormire tranquilli dentro le parole dette e non dette. 

(By Ezio, Studi e riflessioni, Volume 4, 2025). 

Tigri, cit.

Tigri, cit.

TIGRI. Le maschere di Elettra. 

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