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IL MANIFESTO. Catification. il Gatto come guida dell'Universo e base della religione della libertà.
IL MANIFESTO
IL GATTO E IL POLIZIOTTO - LEGGE E DISORDINE
Attraversato un pianerottolo, l’agente si ritrovò nel laboratorio di un occhialuto cappellaio.
«Perquisire... ordine...» disse Baravino, e una pila di cappelli – lobbie, pagliette, tube – cadde sparpagliandosi sul pavimento. Il gatto saltò fuori da una tenda, giocò velocemente con i cappelli e poi scappò via. Baravino non sapeva più se ce l’aveva con quel gatto o se voleva semplicemente diventargli amico…
(Calvino, Il gatto e il poliziotto, in Da ultimo viene il corvo, 1949)
Il popolo delle intercapedini: il gatto
Nella geografia narrativa di Italo Calvino, la città non è mai un blocco unico di cemento, ma un organismo diviso: «La città dei gatti e la città degli uomini stanno l’una dentro l’altra, ma non sono la medesima città». Se in Marcovaldo questa distinzione serve a esplorare una “controcittà negativa” fatta di pozzi di luce e canali d’aerazione, nel racconto Il gatto e il poliziotto il felino assume un ruolo simbolico ancora più profondo: è un elemento di rottura che mette a nudo l’assurdità dell’ordine costituito, la fragilità della coscienza e i suoi “oscuri” desideri.
La città-organismo e l’angoscia del poliziotto Baravino
Il protagonista, l’agente Baravino, è un uomo sospeso tra due mondi: un ex disoccupato ora arruolato nella polizia, costretto a perlustrare una città che sente come nemica. Durante un rastrellamento, si addentra in un edificio descritto come «vecchia carne porosa, callosa ed incrostata», i cui corridoi sono «nere vene». In questo labirinto di sospetto, dove Baravino immagina che «ogni casseruola, ogni tegame covasse una guardinga bomba a mano», il gatto appare come l’unico elemento che non può essere catalogato né sottomesso.
Il gatto: agilità selvatica e resistenza
L’incontro tra il poliziotto e il felino avviene su un ballatoio: il gatto è «grigio e magro, di pelo corto e tutto tendini»; un animale che «digrignava i denti e si muoveva a balzi come un cane». Baravino, oppresso dal peso della divisa e dal casco che gli conferisce una «fisionomia uniforme e disumana», cerca disperatamente di stabilire un contatto: «Bello, micio», dice, quasi sperando che il gatto diventi un ponte verso l’umanità ferita degli inquilini. Ma non sarà così…
L’inseguimento del gatto porta l’agente attraverso scenari caotici: laboratori di cappellai dove pile di cappelli cadono e si sparpagliano, e un «labirinto di lenzuola» sul terrazzo, dove Baravino teme di restare «prigioniero di quei bianchi panni stesi». Qui il gatto diventa una guida sensibile, un po’ come Marcovaldo che osservava il mondo «attraverso i tondi occhi d’un micio».
Il gatto-arma: lo svelamento del gioco
Il momento clou vede il gatto trasformarsi letteralmente in un’arma. Una ragazzina sfida Baravino dicendo: «sei sotto il tiro della mia pistola». Ma quando il poliziotto le afferra il polso, dal suo petto non spunta un’arma, bensì il gatto: «raggomitolato a palla [...] contro di lui, [...] digrignando i denti».
Questo scambio simbolico – il gatto al posto della pistola – è fondamentale. Rivela che la minaccia che Baravino cerca ossessivamente non è fatta di metallo, ma è la vita stessa che resiste. Il gatto fugge infine sui tetti, e Baravino lo osserva mentre corre «libero e sicuro sulle tegole». In quel momento, il poliziotto capisce la sua estraneità: mentre per lui la città è un’«intricata distesa di cemento e ferro» dove l’«istrice rialzava i suoi aculei», per il gatto è uno spazio di libertà.
Tra rigore e leggerezza: la coscienza
La funzione del gatto in questo racconto anticipa forse i temi delle Lezioni Americane. Il gatto rappresenta la Leggerezza di Perseo che vola sopra il mondo, contrapposta alla Pesantezza degli scarponi ferrati e delle armi nascoste. Calvino, “figlio di scienziati”, applica qui un rigore quasi geometrico alla narrazione, simile al dialogo tra Marco Polo e Kublai Kan ne Le città invisibili: «Il ponte non è sostenuto da questa o quella pietra, ma dalla linea dell’arco che esse formano».
Il gatto è la pietra che rivela l’arco della realtà: scappando, mostra a Baravino l’insensatezza della sua missione. Il racconto si chiude con un desiderio di sepoltura simbolica: Baravino vorrebbe «seppellire la sua pistola in una grande buca scavata nella terra». Come il soldato tedesco ne Il bosco degli animali, che scambia un feroce gatto selvatico per un animale domestico e finisce lacerato, Baravino scopre che la natura (felina o umana) non può essere rastrellata o messa in gabbia senza distruggere la coscienza di chi esegue l’ordine.
